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IrinaLa potenza è nulla senza controllo
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7/18/2008 Uno c'ha rimesso le penne per questo!A volte ti senti come ora. Vorresti mandare tutto all'aria e senti dentro un moto di ribellione assurda, fantasmagorica in cui urleresti come un pazzo prendendo a calci e pugni qualsiasi cosa visibile e invisibile. Invece no, mantieni la calma creandoti una ragione e convincendoti che non è quello che pensi. Menti a te stesso sapendo di mentire e la cosa è fastidiosa ma la sopporti un po' per la tua sanità mentale, un po' per i sogni che non vuoi abbandonare. Ti metti a fare mille cose ma quando ti fermi a pensare dici ' cacchio, non doveva andare così!' I tuoi progetti sono saltati, le cose che t'eri immaginato per te sono in fumo e la tua vita ora un po' ti fa sentire una merda, un po' ti fa sentire ribelle. In realtà credo che l'errore stia nel sogno...non hai sognato, hai supposto degli eventi e li hai supposti come li avresti voluti. La scienza e il metodo galileiano insegnano che si devono tenere presenti numerose variabili e anche la riproducibilità sperimentale! E questo a priori non si poteva fare... Ti mancavano le basi per capirlo. Come quando alle superiori ti insegnano l'asintoto senza spiegarti i limiti, ti manca qualcosa, ti manca la chiave. E quando studi i limiti e li capisci veramente, dici ' wow, non è una cosa da poco...è geniale' e cerchi di rapportare tutte le cose che ti illuminano la conoscenza alla vita, ti senti un genio. Ma l'imprevedibilità fa parte della vita ed è apprezzabile anche per questo vivere. Ad ogni sconfitta ti senti sempre più stanco e la maggior parte delle volte dai la colpa a te stesso, alla tua persona. Non è il caso. Non è colpa tua, almeno non completamente. Smettere di credere nelle tue capacità è la parte peggiore, quella alla quale non dovresti arrivare. Ognuno costruisce la propria vita passo dopo passo, certo i desideri devono esserci e sono fondamentali come i sogni, ma realizzarli è la cosa più importante. In termodinamica ti hanno insegnato una legge fantastica che ti fa capire che non importa il percorso ma il punto di inizio e il punto di arrivo e per spiegartelo disegnavano sulla lavagna super gigante due puntini uno al lato destro e uno al lato sinistro e li collegavano con una linea retta e poi ti spiegavano che quella linea alla fine non rappresentava nulla che anche se partivi dal punto di inizio e disegnavi tutta una linea piena di curve che andava per tutta la lavagna e poi arrivava al punto di fine era la stessa cosa. A volte tieni in considerazione solo poche cose di tutte quelle che la sicenza e la vita stessa ti hanno insegnato, è un vero peccato. A volte sei troppo severo con te stesso e troppo impegnato a rimproverarti che non riesci a vedere quanto in realtà sei fortunato e felice. E così ti ritrovi insoddisfatto, perchè 'non era così che doveva andare'. Quello che ti succede avviene per insegnarti quanto è importate ricominciare. Chi non cade mai la volta che cade muore e non insegnerà mai nulla a chi verrà dopo di lui. Leopardi diceva che 'vivere è di per se stesso un soffrire' ... è vero ma perchè non cerchiamo di andare al di là di queste parole...cerchiamo di andare oltre la parola soffrire intesa come strazio e tristezza. Soffrire deriva da suffèrre cioè da sub sotto e ferre portare. Portare sotto...è il nostro bagaglio di esperienza! Certo non è che uno deve solo avere esperienze sofferenti per avere esperienza ma sono importanti anche quelle. Bisogna avere PAZIENZA. Ricordi il detto 'la pazienza è la virtù dei forti' , tuo padre te lo ripeteva sempre, e non ti sei mai chiesto perchè? Perchè 'pazienza' è 'coraggio di soffrire bene' infatti l'etimologia della parola pazienza viene dal verbo latino 'pati' = soffrire! Soffrire bene non vuol dire che devi straziarti ben bene di sofferenza ma che la sofferenza sia affrontata nel modo giusto. Il modo giusto è quello di vivere l'evento triste, prenderti cura di te stesso e fare tesoro dell'esperienza per ricominciare e reinventarti nuovamente in modo ancora più energico e positivo. Se pensi che queste siano solo tante belle parole inutili, riflettici solo un po' su. Faber est suae quisque fortunae - Ciascuno è artefice del proprio destino.Credimi. 7/1/2008 Stand by - LostLo so che questi sono un po' emo ma secondo me neanche poi tanto .... in ogni caso questa canzone mi piace! Buon ascolto!
6/28/2008 IL LUPINOIn queste calde giornate in cui si preparano gli esami è divertente ogni tanto passare il tempo mangiando lupini...ricordo quando la mia nonnina li teneva nella scodellina rossa e così faccio anch'io (la scodellina rossa è la medesima).
Proprio oggi mi sono chiesta ma da dove vengono i lupini e su un sito ho trovato questo testo breve ma interessante, eccovelo.
I lupini contengono un alcaloide amarissimo e quindi prima di essere mangiati devono essere sanati, ovvero bolliti in acqua e poi salati per immersione in una salamoia.
Di solito venivano messi in un sacco di liuta e immersi nell'acqua di un fiume per qualche giorno prima di essere salati. I marinai, invece, mettevano i lupini direttamente a bagno nell'acqua di mare ottenendo due piccioni con una fava (anzi, con un lupino!). Il lupino è prevalentemente caratteristico del sud dell'Italia:Calabria, Campania, Sicilia, Puglia."
Buon lupino a tutti!
6/6/2008 Sei di destra? Muori!...Ancora un episodio vergognoso nell'università!Alla fine ha rinunciato. Niente esame di procedura penale, il terz’ultimo prima della laurea. Augusta Montaruli, 24 anni, studentessa di legge a Torino e dirigente di An-Azione Giovani, ieri mattina è stata affrontata da un gruppetto di autonomi, decisi a impedire le prove d’appello per ricordare gli incidenti alla Sapienza. Lei gira da quattro anni sotto scorta. Tre amici che la proteggono da insulti e anche aggressioni fisiche. «Sono abituata a questo clima, ma oggi era proprio impossibile. Ho ceduto per difendere gli studenti nella mia situazione. Assurdo». Questa è l'agghiacciante notizia apparsa oggi su La Stampa...surreale e da far venire voglia di urlare. E' possibile che debbano succedere ancora certe cose? Il solito Preside poi che fa la sua battutina senza risolvere veramente questa situazione intollerabile che si vive dentro l'università. Ecco una intervista ad Augusta Montaruli, 24 anni. Dirigente nazionale di An-Azione Giovani.
5/24/2008 Maria, donna dei giorni nostri (tratto dal libro di Don Tonino Bello)Maria, donna dell'attesa
La vera tristezza non è quando, a sera, non sei atteso da nessuno al tuo rientro in casa, ma quando tu non attendi più nulla dalla vita. E la solitudine più nera la soffri non quando trovi il focolare spento, ma quando non lo vuoi accendere più: neppure per un eventuale ospite di passaggio. Quando pensi, insomma, che per te la musica è finita. E ormai i giochi siano fatti. E nessun'anima viva verrà a bussare alla tua porta. E non ci saranno più né soprassalti di gioia per una buona notizia, né trasalimenti di stupore per una improvvisata. E neppure fremiti di dolore per una tragedia umana: tanto non ti resta più nessuno per il quale tu debba temere. La vita allora scorre piatta verso un epilogo che non arriva mai, come un nastro magnetico che ha finito troppo presto una canzone, e si srotola interminabile, senza dire più nulla, verso il suo ultimo stacco. Attendere: ovvero sperimentare il gusto di vivere. Hanno detto addirittura che la santità di una persona si commisura dallo spessore delle sue attese. Forse è vero. ... A nessuno sfugge a quale messe di speranze e di batticuori faccia allusione quella parola che ogni donna sperimenta come preludio di misteriose tenerezze:prima ancora che nel Vangelo venga pronunciato il suo nome, di Maria si dice che era fidanzata. Vergine in attesa. In attesa di Giuseppe. In ascolto del frusciare dei suoi sandali, sul far della sera, quando, profumato di legni e di vernici, egli sarebbe venuto a parlarle dei suoi sogni. Ma anche nell'ultimo fotogramma con cui Maria si congeda dalle Scritture essa viene colta dall' obiettivo nell' atteggiamento dell'attesa. Lì, nel cenacolo, al piano superiore, in compagnia dei discepoli, in attesa dello Spirito. In ascolto del frusciare della sua ala, sul fare del giorno, quando, profumato di unzioni e di santità, egli sarebbe disceso sulla Chiesa per additarle la sua missione di salvezza. Vergine in attesa, all'inizio. Madre in attesa, alla fine. E nell'arcata sorretta da queste due trepidazioni, una così umana e l'altra così divina, cento altre attese struggenti. L'attesa di lui, per nove lunghissimi mesi. L'attesa di adempimenti legali festeggiati con frustoli di povertà e gaudi di parentele. L'attesa del giorno, l'unico che lei avrebbe voluto di volta in volta rimandare, in cui suo figlio sarebbe uscito di casa senza farvi ritorno mai più. L'attesa dell'ora: l'unica per la quale non avrebbe saputo frenare l'impazienza e di cui, prima del tempo, avrebbe fatto traboccare il carico di grazia sulla mensa degli uomini. L'attesa dell'ultimo rantolo dell'unigenito inchiodato sul legno. L'attesa del terzo giorno, vissuta in veglia solitaria, davanti alla roccia.
Attendere: infinito del verbo amare. Anzi, nel vocabolario di Maria, amare all'infinito.
Maria, donna innamorata
I love you. Je t'aime. Te quiero. Ich liebe Dich. Ti voglio bene, insomma. Io non so se ai tempi di Maria si adoperassero gli stessi messaggi d'amore, teneri come giaculatorie e rapidi come graffiti, che le ragazze di oggi incidono furtivamente sul libro di storia o sugli zaini colorati dei loro compagni di scuola. Penso, però, che, se non proprio con la penna a sfera sui jeans, o con i gessetti sui muri, le adolescenti di Palestina si comportassero come le loro coetanee di oggi. Con «stilo di scriba veloce» su una corteccia di sicomòro, o con la punta del vincastro sulle sabbie dei pascoli, un codice dovevano pure averlo per trasmettere ad altri quel sentimento, antico e sempre nuovo, che scuote 1'anima di ogni essere umano quando si apre al mistero della vita: ti voglio bene! Anche Maria ha sperimentato quella stagione splendida dell'esistenza, fatta di stupori e di lacrime, di trasalimenti e di dubbi, di tenerezza e di trepidazione, in cui, come in una coppa di cristallo, sembrano distillarsi tutti i profumi dell'universo. Ha assaporato pure lei la gioia degli incontri, 1'attesa delle feste, gli slanci dell' amicizia, 1'ebbrezza della danza, le innocenti lusinghe per un complimento, la felicità per un abito nuovo. Cresceva come un' anfora sotto le mani del vasaio, e tutti si interrogavano sul mistero di quella trasparenza senza scorie e di quella freschezza senza ombre. Una sera, un ragazzo di nome Giuseppe prese il coraggio a due mani e le dichiarò: «Maria, ti amo». Lei gli rispose, veloce come un brivido: «Anch'io». E nell'iride degli occhi le sfavillarono, riflesse, tutte le stelle del firmamento. Le compagne, che sui prati sfogliavano con lei i petali di verbena, non riuscivano a spiegarsi come facesse a comporre i suoi rapimenti in Dio e la sua passione per una creatura. Per loro, 1'amore umano che sperimentavano era come 1'acqua di una cisterna: limpidissima, sì, ma con tanti detriti sul fondo. Bastava un nonnulla perché i fondigli si rimescolassero e le acque divenissero torbide. Per lei, no. Non potevano mai capire, le ragazze di Nazaret, che l'amore di Maria non aveva fondigli, perché il suo era un pozzo senza fondo.
Maria, donna coraggiosa
Sarà stato effetto di quel «non temere» pronunciato dall' angelo dell' annunciazione. Certo è che, da quel momento, Maria ha affrontato la vita con una incredibile forza d'animo, ed è divenuta il simbolo delle "madri-coraggio" di tutti i tempi. È chiaro: ha avuto a che fare anche lei con la paura. Paura di non essere capita. Paura per la cattiveria degli uomini. Paura di non farcela. Paura per la salute di Giuseppe. Paura per la sorte di Gesù. Paura di rimanere sola... Quante paure! Se ancora non ci fosse, bisognerebbe elevare un santuario alla "Madonna della paura". Nelle sue navate ci rifugeremmo un po' tutti. Perché tutti, come Maria, siamo attraversati da quell'umanissimo sentimento che è il segno più chiaro del nostro limite. Paura del domani. Paura che possa finire all'improvviso un amore coltivato tanti anni. Paura per il figlio che non trova lavoro e ha già superato la trentina. Paura per la sorte della più piccola di casa che si ritira sempre dopo mezzanotte, anche d'inverno, e non le si può dire niente perché risponde male. Paura per la salute che declina. Paura della vecchiaia. Paura della notte. Paura della morte... Ebbene, nel santuario eretto alla "Madonna della paura", davanti a lei divenuta la "Madonna della fiducia", ciascuno di noi ritroverebbe la forza per andare avanti, riscoprendo i versetti di un salmo che Maria avrà mormorato chi sa quante volte: «Pur se andassi per valle oscura, non avrò a temere alcun male, perché sempre mi sei vicino... lungo tutto il migrare dei giorni». Madonna della paura, dunque. Ma non della rassegnazione. Perché lei non si è mai lasciate cadere le braccia nel segno del cedimento, né le ha mai alzate nel gesto della resa. Una volta sola si è arresa: quando ha pronunciato il fiat e si è consegnata prigioniera al suo Signore. Da allora ha sempre reagito con incredibile determinazione, andando controcorrente e superando inaudite difficoltà che avrebbero stroncato le gambe a tutti. Dal disagio del parto nella clinica di una stalla all' espatrio forzato per sfuggire alla persecuzione di Erode. Dai giorni amari dell'asilo politico in Egitto alla presa d'atto della profezia di Simeone greve di cruenti presagi. Dai sacrifici di una vita grama nei trent'anni del silenzio all'amarezza del giorno in cui si chiuse per sempre la bottega del "falegname" profumata di vernici e di ricordi. Dalle strette al cuore che le procuravano certe notizie che circolavano sul conto di suo figlio al momento del Calvario quando, sfidando la violenza dei soldati e lo sghignazzo della plebe, si piantò coraggiosamente sotto la croce. Una prova difficile, la sua. Contrassegnata, come per il figlio morente, dal silenzio di Dio. Una prova senza scenografie e senza sconti sui prezzi della sofferenza, che rende ragione di quell'antifona che risuona nella liturgia del Venerdì santo: «O voi tutti che passate per via, fermatevi e vedete se c'è un dolore simile al mio».
Maria, donna dei nostri giorni
Maria, la vogliamo sentire così. Di casa. Mentre parla il nostro dialetto. Esperta di tradizioni antiche e di usanze popolari. Che, attraverso le coordinate di due o tre nomi, ricostruisce il quadro delle parentele, e finisce col farti scoprire consanguineo con quasi tutta la città. Vogliamo vederla così. Immersa nella cronaca paesana. Con gli abiti del nostro tempo. Che non mette soggezione a nessuno. Che si guadagna il pane come le altre. Che parcheggia la macchina accanto alla nostra. Donna di ogni età: a cui tutte le figlie di Eva, quale che sia la stagione della loro vita, possano sentirsi vicine. Vogliamo immaginarla adolescente, mentre nei meriggi d'estate risale dalla spiaggia, in bermuda, bruna di sole e di bellezza, portandosi negli occhi limpidi un frammento dell'Adriatico verde. E d'inverno, con lo zaino colorato, va in palestra anche lei. E passando per corso Umberto, saluta la gente con tenerezza. E ispira in chi la guarda nostalgie di castità. E conversa nel cerchio degli amici, sul viale Pio XI, la sera. E rende felici gli interlocutori, che la ripagano con sorrisi senza malizia. E va a braccetto con le compagne, e ne ascolta le confidenze segrete, e le sprona ad amare la vita. Vogliamo darle uno dei nostri cognomi: Salvemini, Tattoli, Minervini, Gadaleta, Carabellese, Altomare, De Candia, Pansini... e pensarla come alunna di un nostro liceo, o come operaia in un maglificio della nostra città, o dattilografa nello studio del commercialista di fronte, o commessa in una boutique di corso Margherita. Vogliamo sperimentarla mentre passa per le strade del centro storico e si ferma a conversare con le donne di via Amente. O incontrarla al cimitero, la domenica, mentre depone un fiore ai suoi morti. O mentre il giovedì si reca al mercato, e tira sul prezzo anche lei. O quando alla mezza, con tutte le altre madri davanti al Manzoni, attende che il suo bambino esca da scuola per portarselo a casa e ricoprirlo di baci. Non la vogliamo ospite. Ma concittadina. Interna ai nostri problemi comunitari. Preoccupata per il malessere che scuote Molfetta. Ma contenta anche di condividere la nostra esperienza spirituale, contraddittoria ed esaltante. Fiera per lo spessore culturale della nostra città: per le sue chiese, per la sua arte, per la sua musica, per la sua storia. E gioiosa di appartenere al nostro ceppo di contadini, di naviganti, di esuli inguaribilmente stregati dalla loro terra natale. Maria, la vogliamo sentire così. Tutta nostra, ma senza gelosie. Molfettese puro sangue. Che a Natale canta la "Santa Allegrezza", e in Quaresima il Vexilla Regis: con le stesse cadenze delle nostre donne che sfilano in processione con le lampade accese. La vogliamo nelle nostre liste anagrafiche. Nei sogni festivi e nelle asprezze feriali. Sempre pronta a darci una mano. A contagiarci della sua speranza. A farci sentire, con la sua struggente purezza, il bisogno di Dio. E a spartire con noi momenti di festa e di lacrime. Fatiche di vendemmie e di frantoi. Profumi di forno e di bucato. Lacrime di partenze e di arrivi. Come una vicina di casa, dei tempi antichi. O come dolcissima inquilina che si affaccia sul pianerottolo del nostro condominio. O come splendida creatura che ha il domicilio sotto il nostro stesso numero civico. E riempie di luce tutto il cortile.
Santa Maria, donna dei nostri giorni, vieni ad abitare in mezzo a noi. Tu hai predetto che tutte le generazioni ti avrebbero chiamata beata. Ebbene, tra queste generazioni c'è anche la nostra, che vuole cantarti la sua lode non solo per le cose grandi che il Signore ha fatto in te nel passato, ma anche per le meraviglie che egli continua a operare in te nel presente. Fa' che possiamo sentirti vicina ai nostri problemi. Non come Signora che viene da lontano a sbrogliarceli con la potenza della sua grazia o con i soliti moduli stampati una volta per sempre. Ma come una che, gli stessi problemi, li vive anche lei sulla sua pelle, e ne conosce l'inedita drammaticità, e ne percepisce le sfumature del mutamento, e ne coglie l'alta quota di tribolazione.
Santa Maria, donna dei nostri giorni, liberaci dal pericolo di pensare che le esperienze spirituali vissute da te duemila anni fa siano improponibili oggi per noi, figli di una civiltà che, dopo essersi proclamata postmoderna, postindustriale e postnonsoché, si qualifica anche come postcristiana. Facci comprendere che la modestia, l'umiltà, la purezza sono frutti di tutte le stagioni della storia, e che il volgere dei tempi non ha alterato la composizione chimica di certi valori quali la gratuità, l'obbedienza, la fiducia, la tenerezza, il perdono. Sono valori che tengono ancora e che non andranno mai in disuso. Ritorna, perciò, in mezzo a noi, e offri a tutti l'edizione aggiornata di quelle grandi virtù umane che ti hanno resa grande agli occhi di Dio. Santa Maria, donna dei nostri giorni, dandoti per nostra madre, Gesù ti ha costituita non solo conterranea, ma anche contemporanea di tutti. Prigioniera nello stesso frammento di spazio e di tempo. Nessuno, perciò, può addebitarti distanze generazionali, né gli è lecito sospettare che tu non sia in grado di capire i drammi della nostra epoca. Mettiti, allora, accanto a noi, e ascoltaci mentre ti confidiamo le ansie quotidiane che assillano la nostra vita moderna: lo stipendio che non basta, la stanchezza da stress, l'incertezza del futuro, la paura di non farcela, la solitudine interiore, l'usura dei rapporti, l'instabilità degli affetti, l'educazione difficile dei figli, l'incomunicabilità perfino con le persone più care, la frammentazione assurda del tempo, il capogiro delle tentazioni, la tristezza delle cadute, la noia del peccato. Facci sentire la tua rassicurante presenza, o coetanea dolcissima di tutti. E non ci sia mai un appello in cui risuoni il nostro nome, nel quale, sotto la stessa lettera alfabetica, non risuoni anche il tuo, e non ti si oda rispondere: «Presente!». Come un' antica compagna di scuola. 5/14/2008 Ragazza uccisa perchè incinta...iran? no, ITALIA!Palermo, 14 mag. - (Adnkronos) - Lorena Cultraro, la quattordicenne di Niscemi (Caltanissetta) trovata uccisa ieri pomeriggio in un pozzo, sarebbe stata strangolata e poi data alle fiamme perche' incinta. E il padre, come anticipa oggi 'Il Corriere della Sera', sarebbe uno dei tre minori arrestati nella notte. Secondo il loro racconto, lo scorso 30 aprile, la ragazza avrebbe chiamato i tre per fare sapere loro di aspettare un figlio ma di non sapere chi fosse il padre dei tre, un quindicenne, un sedicenne e un diciassettenne. Ma i tre non ne avrebbero voluto sapere niente, cosi' l'avrebbero accompagnata in un casolare e dopo averla fatta spogliare, l'avrebbero strangolata con una corda e poi tentato di darle fuoco. Il corpo e' stato trascinato per una cinquantina di metri, fino al pozzo. Hanno legato un masso attorno al suo corpo e l'hanno buttata giu', sperando che non venisse mai trovata. Ma ieri pomeriggio, un contadino, che era alla ricerca di acqua ha visto il corpo della giovane e ha chiamato i carabinieri. Mi chiedo...quando andremo avanti? Quando si smetterà di essere così crudeli e soprattutto quando gli uomini impareranno ad essere veramente uomini? 5/12/2008 INCENSO risveglio di sensi e spirito“Come incenso salga a te la mia preghiera, le mie mani alzate come sacrificio della sera”.
L’incenso è un segno liturgico carico di significato. La parola incenso deriva dal latino incendere che significa bruciare. È composto da resine pregiate ridotte in polvere che, versate su carboni ardenti, creano una cortina di fumo profumata. L’uso dell’incenso è assai antico. Nelle culture pagane si attribuivano ad esso delle proprietà particolari come la purificazione dell’aria ammorbata e l’allontanamento degli spiriti cattivi. Nei testi dell’Antico testamento si accenna frequentemente all’uso dell’incenso. Nel tempio di Gerusalemme era stato edificato un altare apposito (l’altare dell’incenso o dei profumi) nel quale si bruciavano gli aromi. Nonostante l’uso dell’incenso fosse frequente nel culto israelitico, nella liturgia cristiana stenta ad entrarvi poiché esso ricordava il culto pagano verso gli idoli e l’imperatore. Solo dopo il IV secolo, svanendo tale concezione pagana, esso fu introdotto anche nella liturgia cristiana. Inizialmente l’incenso precedeva le processioni pontificie, in seguito si attribuì questo onore all’altare e alla croce dopo la processione di ingresso della messa.
L’incenso è da porre in relazione con il senso della vista che con quello dell’olfatto. La cortina di fumo che sale è il simbolo del sacrificio dell’uomo che lentamente si erge verso Dio. La consumazione della vittima sacrificale attraverso il fuoco aveva come fine quello di far raggiungere a Dio, nei cieli, attraverso il fumo, lo stesso sacrificio. Questo il senso dell’olocausto (= consumazione completa della vittima nel fuoco sacrificale). L’incenso, invece, vuole rendere visibile l’intenzione di elevare a Dio dei “sacrifici spirituali” come ad esempio la preghiera (Sl 140,2). Il buon profumo dell’incenso vuole significare la bontà stessa del sacrificio dell’uomo al cospetto di Dio. Inoltre La “colonna di fumo” è segno della presenza di Dio. Nella liturgia attuale l’incenso può essere usato con una certa frequenza anche se facoltativamente. Nella messa si usa: durante la processione di ingresso davanti alla croce; per incensare l’altare prima dei riti iniziali; alla processione e alla proclamazione del vangelo; durante l’offertorio (si incensano le offerte, l’altare, la croce, il sacerdote e l’intera assemblea); all’ostensione post-consacratoria dell’ostia e del calice (circa le modalità da seguire per l’incensazione si può leggere PNMR 235-236). Durante l’adorazione eucaristica si usa l’incenso all’inizio dell’esposizione e prima della benedizione. L’incenso è usato in abbondanza nel rito di dedicazione della chiesa e dell’altare. Un uso particolare è quello destinato alla salma, nel rito delle esequie, come segno di rispetto verso il corpo destinato alla risurrezione. Il Significato dell’incenso come segno della preghiera che sale verso Dio sarebbe da recuperare e valorizzare nella celebrazione comunitaria dei vespri, soprattutto la Domenica sera. Nel vespro solenne l’incenso viene usato durante il canto del Magnificat. Lo strumento liturgico utilizzato per l’accensione dell’incenso si chiama turibolo. Esso generalmente è realizzato da un piccolo braciere sorretto da tre catenelle e dotato un coperchio forato reso mobile da un’altra catenella scorrevole. Il ministro incaricato di portare il turibolo si chiama turiferario. Il contenitore nel quale si ripone la scorta dell’incenso non ancora bruciato si chiama navicella. La navicella può essere portata dallo stesso turiferario o da un altro ministro. Forse l’uso dell’incenso in molte comunità ecclesiali è ormai scomparso, in altre invece può essere eccessivo. MODO DI INCENSARE
Nella liturgia ambrosiana il modo di usare l'incenso è “per ductum et tractum” cioè facendo prima ruotare il turibolo (ductum) e poi spingendolo in avanti (tractum) verso la persona o la realtà sacra da venerare, in modo tale che chi incensa “disegni” per così dire la forma di una croce. Nel ductus il turibolo viene fatto ruotare da sinistra a destra (in senso orario); nel tractus il turibolo viene alzato verticalmente e abbassato. Prima di iniziare l’incensazione di persone o realtà sacre si premette un’apertura, che consiste nel ductus fatto a rovescio, da destra a sinistra (in senso antiorario), accompagnato da un inchino. Terminata l’incensazione si ripete l’inchino. A conclusione dell’incensazione dei ministri e dell’assemblea si esegue una chiusura, cioè un altro ductus fatto a rovescio […]. In questo caso l’inchino finale si fa dopo la chiusura. Si incensano tre volte con “ductus et tractum”: il Santissimo Sacramento, le reliquie della Santa Croce, le icone del Signore, la croce dell’altare, l’evangeliario, il cero pasquale, il celebrante, i concelebranti della Messa e i sacerdoti in coro, l’assemblea. Si incensano per due volte con “ductus et tractum” le reliquie e le icone della Vergine Maria e dei santi. INQUINAMENTO
Emerge anche però, dai risultati di uno studio condotto da un equipe di scienziati dell'Università di Maastricht (Olanda) e pubblicato su "European respiratory journal"che l'incenso faccia male ai polmoni. La ricerca, basata sull'analisi dell'aria della basilica di Maastricht dopo una cerimonia rituale, ha evidenziato la presenza di elementi ritenuti dannosi per i polmoni.lmoni. Questo è quanto emerge dai risultati di uno studio condotto da un equipe di scienziati dell'Università di Maastricht (Olanda) e pubblicato su "European respiratory journal". La ricerca, basata sull'analisi dell'aria della basilica di Maastricht dopo una cerimonia rituale, ha evidenziato la presenza di elementi ritenuti dannosi per i polmoni.
L’incenso e il fumo delle candele presenti durante la cerimonia possono infatti rilasciare delle particelle altamente cancerogene, con valori di "PM10" sino a 20 volte superiori ai limiti consentiti dall'Unione Europea. Gli scenziati hanno inoltre rilevato la presenza di elevati livelli di idrocarburi aromatici policiclici e di atomi di radicali liberi, noti in campo medico come attivatori di processi cancerogeni. Theo de Kok, autore dello studio, ha osservato come "alla fine di una giornata con le candele accese, le esalazioni erano venti volte superiori a una strada cittadina trafficata". I rischi sono quindi molto alti, aggiunge lo scienziato, la presenza di queste particelle infatti "rappresenta un pericolo per la salute dei polmoni e potrebbe causare l'insorgere di malattie respiratorie come l'enfisema e la bronchite''. Ad essere più esposti alle sostanze sprigionate da incenso e candele sarebbero non tanto i fedeli, quanto i sacerdoti, i coristi e tutti coloro che passano molto tempo in chiesa. La soluzione proposta da De Kok sta nella ricerca di alternative all'uso di candele vere, con opzioni come la riduzione del numero o la sostituzione con candele finte, già in uso in molti luoghi di culto per la conservazione delle opere d'arte.
TIPOLOGIE DI INCENSO REPERIBILI SUL MERCATO:
5/9/2008 Un amico in più - CoccianteNon dico che dividerei una montagna 4/20/2008 Gli amoriAccesi, spenti e stupidi speciali due consonanti perse in tre vocali son loro che ci aiutano a non sentirci soli percio' sono importanti e li chiamano amori. Gli amori sotto un grande cielo o chiusi in una stanza gli amori in cui hai perso la speranza gli amori con le spalle al muro o quando dici:"Dio ci pensa" gli amori dove non sei sicuro a cui non dai importanza... Ma quanti amori, quali amori con il coraggio e la paura di volersi bene amori fragili che vanno via quelli in cui soffri solamente tu e gli altri a dire:"cosa vuoi che sia". Quanti amori trovi amori amori ormai scoppiati che non sanno stare insieme amori al limite della follia quelli che trovi e che non lasci piu' gli amori a pezzi da gettare via. Immagina due mondi solitari sospesi tra le stelle, in mezzo ai mari a volte si avvicinano per non sentirsi soli, per questo sono grandi, e li chiamano amori. Ma quanti amori, quali amori con il coraggio e la paura di volersi bene amori fragili che vanno via quelli in cui soffri solamente tu e gli altri a dire:"cosa vuoi che sia". Quanti amori, ma quali amori Amori a limite delle pazzia Quelli che c'e che non lasci piu Gli amori a pezzi da gettare via Gli amori sono quasi tutti uguali la differenza adesso... falla tu
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